Martedì 26 Settembre 2017

Il titolo dell’articolo può apparire provocatorio, ed in effetti lo scopo delle righe che seguono è proprio quello di lanciare una provocazione al legislatore artefice del decreto legge n. 83/15, in particolare delle norme che si occupano del processo telematico.

Se infatti va salutata senza dubbio con favore l’estensione ex lege al deposito per via telematica anche gli atti esclusi dal regime dell’obbligatorietà ex art. 16 bis d.l. 179/12, non altrettanto può dirsi per le norme dettate in materia di attestazioni di conformità.

Come noto, l’art. 19 del decreto legge in commento ha introdotto l’art. 16-undecies al decreto legge n. 179/12 con il compito di dettare norme primarie cogenti in tema di attestazione di conformità. La norma in commento prescrive infatti che:

Quando l'attestazione di conformità prevista dalle disposizioni della presente sezione, dal codice di procedura civile e dall'articolo 3 bis comma 2, della legge 21 gennaio 1994, n. 53, si riferisce ad una copia analogica, l'attestazione stessa è apposta in calce o a margine della copia o su foglio separato, che sia però congiunto materialmente alla medesima.

Quando l'attestazione di conformità si riferisce ad una copia informatica, l'attestazione stessa è apposta nel medesimo documento informatico.

Nel caso previsto dal comma 2, l'attestazione di conformità può alternativamente essere apposta su un documento informatico separato e contenente l'indicazione dei dati essenziali per individuare univocamente la copia a cui si riferisce; il predetto documento è allegato al messaggio di posta elettronica certificata mediante il quale la copia stessa è depositata telematicamente. Se la copia informatica è destinata alla notifica, l'attestazione di conformità è inserita nella relazione di notificazione

Come si vede, si è passati dal “liberismo” dell’art. 16-bis, coma 9-bis, del medesimo decreto (che in realtà si limitava a conferire al difensore il potere di attestazione di conformità ma non dettava alcunché in punto modalità attraverso le quali doveva essere redatta tale attestazione), alla regolamentazione ipertrofica del decreto in commento, che tutto appare fuorché generale ed astratta.

Dobbiamo dunque chiederci se c’era davvero bisogno di tale norma e la risposta è senza dubbio negativa.

In effetti, il motivo che ha spinto il legislatore a dettare la norma in questione è presto intuibile e sta, verosimilmente, nel tentativo di slegare le modalità di attestazione della conformità dall’applicazione delle regole tecniche di cui al d.p.c.m. 13 novembre ’14.

Dalla lettura della novella legislativa pare abbastanza evidente che lo scopo ultimo sia stato quello di creare un sistema alternativo che consentisse di evitare l’inserimento dell’impronta e del riferimento temporale nelle attestazioni di conformità, così come previsto dagli articoli 4 e 6 delle regole tecniche di cui sopra.

Ma tale obiettivo può dirsi raggiunto? In realtà no; o meglio non del tutto.

Concentriamoci sul terzo comma della norma in commento: qui il legislatore ci dice che se redigiamo l’attestazione di conformità su documento separato dobbiamo indicare i dati essenziali per individuare univocamente la copia a cui si riferisce.

Occorre pertanto comprendere quali siano i “dati essenziali” richiesti dal legislatore; in verità la locuzione utilizzata dal legislatore presta il fianco a dubbi e potrebbe anche essere interpretata come non riferita al contenuto intrinseco della copia; chi scrivenutre forti dubbi sul fatto che, ad esempio, l’inserimento del numero di ruolo, dei nomi delle parti in causa e del numero di provvedimento identifichino univocamente una copia.

Tali dati semmai identificano univocamente un procedimento e potrebbero essere contenuti in un numero indeterminato di copie, che però potrebbero a loro volta essere diverse tra loro con riguardo ad altri contenuti; il punto è che nel caso specifico la legge sembra chiedere altro.

All’avvocato viene infatti chiesto di identificare in maniera univoca un documento informatico (la copia informatica o la copia per immagine ottenuta tramite scansione), non il contenuto dello stesso.

Dunque il richiamo ai dati attinenti al procedimento non è, ad avviso di chi scrive, sufficiente a raggiungere lo scopo prefisso dal legislatore, ovvero identificare in maniera univoca un documento informatico.

E per la verità gli unici dati utili a tal fine paiono essere quelli di cui alle regole tecniche sul documento informatico e cioè: impronta e riferimento temporale; solo da tali dati si trae, fuori da ogni dubbio, il riferimento univoco ad una copia / documento informatico.

Ma dove le cose si complicano ancora di più è nell’ultimo periodo del terzo comma, ovvero laddove si afferma: Se la copia informatica è destinata alla notifica, l'attestazione di conformità è inserita nella relazione di notificazione.

Bene, in questo caso si prefigura un’attestazione di conformità in documento separato, ma non si dice quali siano le modalità per redigerla: di nuovo, il riferimento normativo non può che essere quello di cui al d.p.c.m. 13 novembre ’14, e precisamente l’art. 4 della norma tecnica in questione.

Anche in tal caso, dunque, non sembra esser stata introdotta alcuna novità rispetto al passato; l’attestazione di conformità dovrà essere redatta con l’inserimento dell’impronta e del riferimento temporale.

A ben vedere, oltretutto, la novella legislativa è pure deleteria laddove pare anche escludere, per gli atti destinati alla notificazione, la possibilità di inserire l’attestazione di conformità all’interno del documento (o quantomeno obbliga anche all’inserimento della stessa in relata). È dunque divenuta di dubbia utilizzabilità una possibilità che si stava rivelando assai comoda (ed invero utilizzata da chi scrive ancor prima dell’entrata in vigore delle regole tecniche sul documento informatico), anche perché idealmente replica in digitale ciò che l’avvocato è da sempre abituato a vedere in analogico, vale a dire un documento recante in calce l’attestazione di conformità.

Ci si chiede pertanto a questo punto: è possibile armonizzare tale coacervo normativo in modo da rendere il sistema più armonico e, soprattutto, di più facile comprensione?

La risposta è senza dubbio positiva ma richiede un radicale mutamento di approccio e una profonda semplificazione dei processi.

Il punto di partenza dev’essere, ad avviso di chi scrive, l’art. 83 c.p.c., ultimo periodo, ai sensi del quale “se la procura alle liti è stata conferita su supporto cartaceo, il difensore che si costituisce attraverso strumenti telematici ne trasmette la copia informatica autenticata con firma digitale, nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici e trasmessi in via telematica”

Come si vede, il legislatore del 2009 (anno di entrate in vigore della norma in commento) ritenne sufficiente la sola apposizione della firma digitale a fini di autentica di una copia informatica per immagine.

Ecco dunque il punto; tale sistema, che funziona ottimamente per la procura alla lite può ben essere esteso ad ogni caso in cui il difensore debba attestare la conformità di un documento informatico. Non a caso, il comma 2 degli art. 4 e 6 delle regole tecniche sul documento informatico considera l’apposizione della firma digitale (sia pur con alcune restrizioni)come uno dei metodi utilizzabili a tal fine.

E del resto è sufficiente considerare la struttura della firma digitale per rendersi conto di come essa, da sola, sia perfettamente in grado di assolvere al compito già codificato nell’art. 83.

Valgano le rappresentazioni che seguono:

 

autentica firma digitale1

 

 

autentica firma digitale2

 

Come si nota dalla stessa rappresentazione grafica del procedimento di firma digitale (nello specifico, una firma in CADES – .p7m) l’esito finale dell’operazione si traduce in un “imbustamento” del file, che viene così protetto da modifiche e alterazioni.

Visto quanto sopra, a parere di chi scrive l’inserimento di un’attestazione di conformità si traduce, almeno per gli atti del “mondo giustizia”, in un adempimento ultroneo, certamente non necessario.

Il procedimento di apposizione della firma digitale conferisce infatti da sé solo le note caratteristiche di:

  • autenticità: la firma digitale garantisce l’identità del sottoscrittore

  • integrità: la firma digitale assicura che il documento non sia stato modificato dopo la sottoscrizione

  • non ripudio: la firma digitale attribuisce piena validità legale al documento, pertanto il documento non può essere ripudiato dal sottoscrittore.

Una volta che vengano assicurate le suddette caratteristiche con la semplice apposizione della firma digitale (ci chiediamo) cos’altro si dovrebbe pretendere per generare un’attestazione di conformità? E soprattutto ci chiediamo: quale garanzia in più potrebbe dare l’inserimento di un’attestazione di conformità, invero già intrinseca nella semplice apposizione della firma digitale?

La risposta pare davvero scontata.

L’auspicio è dunque che, in sede di conversione del decreto legge, l’art. 16-undecies venga riformulato in maniera molto più agevole e coerente, in linea con le riflessioni di cui sopra.

Un ipotetico testo potrebbe essere il seguente: “In ogni caso in cui il difensore, il consulente tecnico, il professionista delegato, il curatore ed il commissario giudiziale devono attestare la conformità di atti, provvedimenti o documenti, compiono tale operazione attraverso l’apposizione della firma digitale, escluso ogni ulteriore adempimento

Ovviamente saranno possibili altre e migliori formulazioni legislative ma il messaggio dovrebbe essere chiaro: non si abbia paura della (sola) firma digitale!

Giuseppe Vitrani
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