Martedì 26 Settembre 2017

Dottrina

Duplicati informatici e copie nel PCT: quando serve l’attestazione di conformità

E' ormai completamente implementata la nuova funzione del portale del servizi telematici della giustizia, che consente di scaricare il duplicato informatico degli atti di parte e del giudice firmati digitalmente.

La funzione (annunciata già tempo fa sul portale) consente, in particolare, tre attività:

 

1. il download del duplicato informatico degli atti – in veste di file firmato con struttura CADES-BES per gli atti di parte, in veste di file firmato con struttura PADES-BES per i provvedimenti del giudice;

2. il download della copia informatica degli atti di parte e dei provvedimenti del giudice, ossia il file non firmato, con l’aggiunta della coccarda ed eventualmente delle informazioni in blu (RG, cron., etc);

3. il download di un file di testo dell’impronta del duplicato, calcolata con algoritmo MD5.

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IL PROCESSO CIVILE TELEMATICO E LA CONSERVAZIONE DOCUMENTALE

 I) Il processo civile telematico e il codice dell’amministrazione digitale

La trattazione del vasto tema della conservazione dei documenti informatici in ambito PCT deve essere obbligatoriamente preceduta da una domanda, ovvero: il processo civile telematico deve rispettare i principi e le regole tecniche del Codice dell’Amministrazione Digitale?

La risposta può apparire scontata ma così non è, stante che, prima dell’emanazione del Codice in commento (e comunque ancor oggi per le fattispecie non regolamentate dallo stesso), era consolidato l’orientamento secondo cui le norme sul documento amministrativo non trovavano automaticamente applicazione nel processo civile, esaurendo i loro effetti nell’ambito dei rapporti con la P.A. e nei relativi procedimenti amministrativi (in tal senso v. Cass. 29 maggio ’14, n. 12065; conf. Cass. 15 dicembre ’06, n. 26937).

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PEC - Finalmente un potere di controllo sulla funzionalità degli indirizzi inseriti nei Pubblici Registri

 Lo scorso 29 aprile 2015, il Ministero della Giustizia, d’intesa con il Ministero dello Sviluppo economico, ha emanato una direttiva volta a migliorare il sistema di gestione dei registri PEC tenuti dal Registro delle Imprese.

In virtù del DL 185/2008 e del DL 179/2012, infatti, sia le società che le imprese individuali hanno già da tempo l’obbligo di comunicare un indirizzo PEC al Registro delle Imprese il quale, oltre a tenere un proprio “albo” di indirizzi di Posta Elettronica Certificata, contribuisce ad alimentare il c.d. “Indice Nazionale degli Indirizzi Elettronici” (INI-PEC).

Tale pubblici registri sono ampiamente utilizzati dagli Avvocati per inviare comunicazioni (come ad esempio la classica diffida di pagamento) e notificazioni di atti giudiziari, ciò con un notevole risparmio di costi per l’ufficio e per i propri clienti.

Grande pecca del sistema, però, era rappresentata – almeno sino ad oggi – dal mancato funzionamento di molti degli indirizzi presenti nei registri.

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La domanda di insinuazione al passivo alla luce del DPCM 13 novembre2014

Nell’arco degli ultimi 40 giorni si è lungamente discusso delle innovazioni portate dal  “Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 13 novembre 2014”   (normativa tecnica attuativa dell’art. 71 del Codice dell’Amministrazione Digitale – Decreto Legislativo 07/03/2005, n. 82) al processo civile telematico e, più in generale, a tutti quegli ambiti di cui solitamente si occupano gli studiosi di informatica giuridica.

Uno degli aspetti rimasti però nell’ombra rispetto alle numerose analisi fatte dagli esperti del settore è quello del rapporto fra il suddetto DPCM e la domanda di insinuazione al passivo del fallimento.

Come sappiamo molti Colleghi si sono occupati di analizzare nello specifico il contenuto del testo normativo in esame e, in particolare, il Centro Studi Processo Telematico (di cui anche lo scrivente fa parte) ha prodotto una serie di articoli scientifici proprio su questo tema, arrivando a conclusioni parzialmente simili (si vedano gli articoli di Roberto ArcellaNicola GarganoFabio SalomoneMaurizio RealeGiuseppe VitraniFabrizio Testa e questo mio precedente intervento).

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Il pignoramento di quote sociali ex art. 2471 c.c nel processo civile telematico

Come noto esiste nell’ordinamento giuridico italiano una particolare forma di processo esecutivo che non trova la sua regolamentazione all’interno del codice di procedura civile, bensì all’interno del codice civile.

Ci riferiamo all’espropriazione di quote sociali che è regolamentata dall’art. 2471 c.c., il quale testualmente dispone: “la partecipazione può formare oggetto di espropriazione. Il pignoramento si esegue mediante notificazione al debitore e alla società e successiva iscrizione nel registro delle imprese. L'ordinanza del giudice che dispone la vendita della partecipazione deve essere notificata alla società a cura del creditore. Se la partecipazione non è liberamente trasferibile e il creditore, il debitore e la società non si accordano sulla vendita della quota stessa, la vendita ha luogo all'incanto; ma la vendita è priva di effetto se, entro dieci giorni dall'aggiudicazione, la società presenta un altro acquirente che offra lo stesso prezzo. Le disposizioni del comma precedente si applicano anche in caso di fallimento di un socio”.

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